Recensione della mostra personale "Ettore Frani. Nel lucido buio" presso la Fondazione La Verde La Malfa 

Ettore Frani. In fondo la luce

di Claudio Sapienza

 

Di recente ho avuto modo di scoprire e apprezzare da vicino l’arte di Ettore Frani, artista molisano con una cospicua attività espositiva al suo attivo ed una ricerca che mi ha molto colpito. Le sue opere, ora esposte alla Fondazione La Verde La Malfa di San Giovanni La Punta (CT), mostrano un mestiere sapiente e altamente raffinato. Vi è sotteso un rigore, una serietà che rifugge dall’indulgenza del colore, dalla sensualità e dalle distrazioni di cui esso si fa portatore e ancor di più dalle provocazioni fini a se stesse di tanta produzione contemporanea.

Frani adotta, infatti, ormai da diversi anni, una tanto personale quanto sintetica tecnica pittorica: colore ad olio nero su tavola bianca laccata.
Questa scelta mi è parsa da subito, osservando le sue opere, una posizione radicale, tenace, per- sino rischiosamente estrema - voglio dire da pittore. Quasi una sfida o una missione esistenziale che si è dato l’artista per cercare e ricercare qualcosa: forse l’essenza ed insieme il limite stesso delle cose.

Un tale linguaggio pittorico monocromatico e gli esiti di forte verosimiglianza della rappresentazione ai quali riesce ad approdare, rimandano allo sguardo analogico di una fotocamera. Mi pare infatti che Ettore Frani si ponga presso un confine difficile da occupare, quello della visione stessa, che capta la luce del mondo e delle cose per poi restituirla in profondità. Non una questione retinica, impressionistica, bensì un atto simbolico, un processo retrospettivo e introspettivo. Laddove l’apparenza, fatta di colori, vibrazioni cangianti e superficiali della realtà materica, cede il passo, invece, alla necessità profonda di cogliere e rendere il manifestarsi delle cose a partire dal- la luce stessa che le determina: un’epifania della visone atta a cogliere il mistero della realtà.

Una luce ricavata dall’artista, mediante l’azione del “togliere”, raschiando, graffiando, svelando e rivelando da uno strato, neanche tanto spesso, di pittura ad olio nera, il bianco della tavola lacca- ta sottostante. Una luce dunque, quella ricercata e resa pittoricamente, originata dal - e nel - buio. Un’operazione complessa, con tutte le difficoltà tecniche e procedurali, anche in termini di tempistica, che essa comporta - come sottolinea la compagna dell’artista Paola Feraiorni. Una prati- ca che richiede un senso della visione costantemente allenato, protesa al suo limite. Presso tale confine, l’artista pare abbia trovato una sua personale e confacente posizione, come se avesse ormai consolidato un dialogo intimo e inarrestabile con la luce ed il suo opposto.

Egli è parco di parole, coerente con quanto il suo linguaggio visivo mi suggerisce: un silenzio atemporale nel quale risuona soltanto un unico grande suono, quello della realtà che viene alla luce, proprio per mezzo della luce. Così rappresenta elementi naturali e non, caricandoli di una particolare pregnanza, come se provenissero da uno spazio siderale. In alcune opere è pure giunto a mescolare il terreno con il celeste, mediante dissolvenze materiche e punteggiature stellari che marcano un nesso tra il terreno e il cosmico, in un ponte che meravigliosamente l’arte ha il privilegio di scorgere e percorrere.

Credo poi che solo occhi attenti a non lasciarsi distrarre dalla fascinazione di una pittura così compiuta, sublime per bellezza e perizia tecnica - altamente realistica - possano giungere con essa, invece, al cuore della sua concezione, ad un pensiero molto più profondo, tanto ardito da

accompagnare “verso l’estremo” - per dirla con Rilke - giungendo al limite della rappresentazione, in cui la luce e l’ombra sono aspetti congiunti e complementari. Dimensione ove tutto ha origine come lo spazio universale.
Ripenso a tal proposito ad un aneddoto personale: un fisico ricercatore, conosciuto occasionalmente in treno, ed incontrato più volte nella stessa tratta, mi accennò un giorno - soddisfacendo finalmente la mia curiosità! - ad uno degli aspetti della sua ricerca sul “vuoto”, condotta in squa- dra con altri ricercatori. Mi colpì particolarmente apprendere che, in base agli esprimenti condotti nel vuoto - o per meglio dire in ciò che presumiamo tale in quanto apparentemente buio, privo di materia o suono - vi è in potenza tutto, ma proprio tutto... anche la luce!

Ebbene, io credo che Frani stia sperimentando che in fondo, dal buio, si può trarre la luce. Un travaglio questo, molto arduo e doloroso, che non posso fare a meno di sentire come familiare. L’intento di un artista che prova ad estrarre la luce dalla tenebre, o che nel buio stesso scorge la luce, come un alchimista che dal piombo prova ad estrarre l’oro: dal nero della nigredo alla luce della rubedo.

A riprova di quanto l’artista di oggi - non meno dei gradi Maestri di ieri! - senta profondamente l’anelito verso qualcosa di invisibile e inafferrabile. Partendo proprio da ciò che è visibile per po- terlo afferrare, in una ricerca affannosa verso qualcosa; come un viaggiatore verso la - sua - stella polare.

Di fronte a tutto questo lavoro, portato avanti con simile ardore ed impegno, solo tanto rispetto e ammirazione. E non ultima la speranza che il sogno di questo collega artista si mantenga inaltera- to, anzi possa alimentarsi di nuove aspettative e sia costellato di tante gratificazioni.

 

Riviste e interviste | Magazines and Interview

JULIET ART MAGAZINE   |  RECENSIONE  | ottobre  2020

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In origine era il buio: Ettore Frani alla Fondazione La Verde La Malfa

Nilla Zaira D’Urso

 

Nessuna applicazione può raccontare il buio né è una consuetudine condivisa da molti fare esperienza dell’oscurità, in un mondo così illuminato e acceso dalla logica del rumore e dalle illuminazioni urbane. Il buio è bandito, censurato e alloggiato nei confini del pericolo. Ma a noi, invece, importa sapere del buio perché proveniamo dall’assenza di luce come dimora di visioni poetiche e artistiche, di vita e morte.

 

Del buio sappiamo poco. Non ha una forma definita né una chiara trama eppure c’è chi vuole raccontarlo. Sto parlando del poeta del buio: l’artista Ettore Frani che realizza delle insolite vedute pittoriche, senza rumore, quasi mistiche. Se si parla di pittura, si affrontano temi connessi all’esistenza tra morte, luce e buio. Nonostante non appartenga alla pittura fornire risposte sugli arcani enigmi del nostro essere nel mondo, essa è capace di condensare a sé l’anima del mondo stesso.

 

Così, dall’esigenza di voler portare fuori il buio, specialmente dopo un periodo di confinamento legato alla quarantena che ha coinvolto tutti, prende forma la mostra “Nel lucido Buio”, curata da Giorgio Agnisola in una location particolare: la Fondazione La Verde La Malfa, una nota istituzione, fondata dall’artista Elena La Verde, attiva nella valorizzazione dell’arte moderna e contemporanea, nella promozione della collezione di abiti d’epoca e di libri antichi, ma soprattutto Parco dell’Arte, appartenente al circuito di Grandi Giardini Italiani. Sedici le opere pittoriche esposte – alcune realizzate appositamente per la mostra – in un ampio salone espositivo nella casa dell’artista La Verde le cui multiformi installazioni e creazioni artistiche abitano gli ampi corridoi e i saloni della villa.

 

Questo “buio lucido” diventa così doppiamente molteplice e rivelatore di significato perché connette il pubblico con la pittura di Frani e, allo stesso tempo, con la storia dell’artista Elena La Verde (scomparsa nel 2012) che con le sue creazioni esuberanti ed estrose ha raccontato, in parte, il bisogno di «un volersi immergere nel profondo dell’esistenza per cercare un senso alla stessa». Un ricerca che accomuna sia La Verde sia Frani, ma in quest’ultimo è la levità la misura della sua pittura che sorprende l’osservatore con i suoi tratti intrisi di lucido realismo al punto da far credere, illusoriamente,  di essere davanti a fotografie.

 

Si resta, infatti, sorpresi dalla nitidezza della luce, quasi pulviscolare, e dalla rara abilità di Frani di voler tradurre i codici del reale ovvero i segreti della visione, dando vita ad apparizioni pittoriche dove il buio è quinta scenica e fondale agglomerante di cielo e aria. Il buio, in queste prospettive alla Frani, assolve al suo compito migliore nell’essere origine del mondo e origine del divenire pittorico: lente di ingrandimento per immortalare l’aderenza e la caduta di un tessuto, le striature cromatiche dei capelli, il cuoio capelluto, la silhouette di un arbusto, i profili della pioggia, la matericità bucata della forma di un pezzo di pane.

 

Questa oscurità è presenza e assenza allo stesso tempo, urgenza di dare spazio al buio, che pur non avendo confini concentra a sé lo scorrere del tempo, la malinconia del presente nell’anticipare la luce. Se non ci fosse questo buio, non esisterebbe la luce. Di questo binomio, luce e buio, è impressa tutta la pittura di Frani che insegue, simbolicamente, le traiettorie della luminosità priva di colori. Non ci sono colori nei suoi quadri e questo evoca negli osservatori una certa idea di sacralità alla quale non siamo più abituati. E si resta spiazzati nell’ammirare le sue visioni che rievocano l’arcano mistero delle ombre e della luce da cui tutti proveniamo perché tutti noi siamo “parte pura dell’abisso”. Allora, vale proprio la pena andare a vedere la mostra di Frani se considerate che nessuno smartphone, nessuna applicazione, al momento, può sostituirsi allo slancio catartico e immortale di questo sospeso buio pittorico, che consegna visioni lontane dal frastuono assordante e ingombrante della immondizia sonora e visiva dei nostri tempi.

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