Eli Genuizzi Sassoli de'Bianchi

 

Ettore Frani. Colloquio con il silenzio

 

 

 

Polittico Luce nera

 

Ettore Frani raccoglie appieno la suggestione del luogo, e accoglie la tensione drammatica del Compianto, che si fa pittura nella realizzazione dell’evocativa composizione, dal titolo simbolico di Luce nera 1, posta al centro della parete frontale rispetto all’ingresso del Museo di Santa Maria della Vita, e delle sei figure femminili, Silenziosa I,II,III,IV,V,VI, tre su ogni lato rispetto all’opera centrale. 

Il grande monocromo orizzontale, così come è orizzontale la croce deposta, vibrante nella sua intensità cromatica e strutturale, funge da soglia, da perno e da fulcro attorno al quale la composizione prende origine e si dà forma 2. Quattro tavole disgiunte, quattro panneggi chiari, densi di velature, pervasi di tracce e di unzioni misteriose 3, i cui angoli paiono rialzarsi, come per effetto di uno smottamento, nella presa di coscienza dell’impossibilità di un contatto con l’Alterità incandescente che li pervade. Al centro della croce nera, con la consapevolezza della ferita inferta al costato di Cristo incisa a fuoco nella memoria, Frani imprime alla superficie la forma di una fiamma, oscura, densa di mistero, una mandorla di antica memoria (Vesica piscis 4), ad irradiare la propria sofferenza ai quattro lati della tavola, che pare accartocciarsi su se stessa, per effetto della combustione; un richiamo a Burri in un trompe l’oeil di grande maestria e, al tempo stesso, in una resa compositiva di estremo rigore.

La Sindone pittorica racchiude entro lo schermo del velo (le infinite velature di Frani), le proprie ferite, e cela all’uomo il mistero della Croce.

Ai lati, sei Silenziose, ad evocare le figure attorno al Cristo deposto di Niccolò dell’Arca,  partecipano, immobili ed in muto ascolto, al mistero della morte di Cristo, fungendo da contraltare rispetto al “grido” e allo strazio del Compianto che, qui, pare condensato nella raffigurazione di un’umanità-archetipo, per la quale lo sguardo si fa soglia 5

Frani comprime la visione, e la restringe alla raffigurazione del volto; un unico volto femminile, indagato nello spessore della sua espressività, a scandagliare il mistero della propria umanità 6

È in concomitanza alla chiamata a realizzare il polittico per il Museo di Santa Maria della Vita che Frani accoglie nella sua poetica, per la prima volta in modo così sostanziale, il definirsi della presenza umana. Colei che trova la forza per emergere dalla profondità dell’ignoto, porta su di sé lo stigma di un’umanità sofferente, la cui carne pare macerarsi fino ad evaporare, per rientrare, infine, nell’oscurità dell’Alterità che la respira. Ed è Il fuoco, generatore di trasformazioni, ad attivare la trasfigurazione del corpo, nella simultaneità di coagulazione ed evaporazione, secondo un credo che pare evocare, concettualmente e nella esecuzione pittorica, due degli stadi fondamentali per l’antica tradizione alchemica: la “Nigredo” 7;il dissolversi della materia in putrefazione, e l’ “Albedo” 8, durante la quale la sostanza si purifica, sublimandosi.

In prossimità della Croce, nera di fuliggine, si fanno bianchi gli occhi, serrati, in estatica contemplazione del sacro, mentre un fascio di luce salvifica raggiunge la figura, a sua volta emanazione luminosa, riportando in essere la speranza del corpo; al tempo stesso, la carne macerata, tragica testimonianza della natura mortale dell’uomo, incrostata di ferite e satura di sofferenza, assume la consistenza plastica dell’argilla, ed è “come impastata di terra e di luce” 9. La visione impressionista tanto cara a Medardo Rosso, per la quale è la luce a consentire alla forma di stanziarsi e di essere percepita nella realtà.  Ed è l’ombra ad assumere un colore, nell’alternanza dei neri e dei bianchi, che si fanno grigi, e poi bruni e poi acqua (oppure aria?), laddove la luce si stempera, nella condensa di una sorta di vapore che, al tempo stesso, emana dalla figura, e dall’Alterità che la pervade.

In Silenziosa II ed in Silenziosa V, al centro della composizione, lo sguardo è frontale, interlocutorio; ed è con sgomento, ed infinita tristezza, che l’uomo prende coscienza della propria colpa e permane, immobile, nella staticità della propria sofferenza. Oppure l’occhio si vela nella impossibilità di penetrare il mistero dell’Alterità? Probabilmente entrambe le ipotesi. All’esterno, sul lato destro rispetto a Luce nera (Silenziosa VI), la tradizione prende la forma di un busto di classica memoria, rimando alla statuaria antica; qui, lo sguardo si abbassa, e la figura, emanazione di luce, resta raccolta nella propria sofferenza. Fa da contraltare, sul lato opposto della Composizione, la presenza di Silenziosa I. L’eterno quesito si estende alla contemporaneità, attraverso la raffigurazione di un volto enigmatico ed interlocutorio, il cui sguardo volge all’esterno, nella tragica impossibilità di relazionarsi col sacro e chiamando a sé anche l’attenzione di coloro che, fuori dal raggio visivo, non partecipano di questa esperienza, pur essendone, tuttavia, coinvolti. 

È il mistero dell’uomo. Mi ritornano alla mente alcune parole di Massimo Recalcati: “Frani lavora sulla superficie ponendo nella superficie il mistero del mondo…” 10.

Lo sguardo a sostituire la parola, il gesto; lo sguardo che brucia, nella contemplazione del sacro, per dissolversi in lacrime nere, a solcare la superficie della pelle. Ma anche qui, come in passato, Frani modella la pittura e salva l’umanità.

Una pittura antica, densa di memoria e carica di significato, una pittura dell’attesa, attesa dell’ignoto, del mistero, di ciò che si può soltanto evocare. Ed è di nuovo Recalcati: “L’evocazione dell’invisibile avviene solo attraverso l’abbandono liricissimo all’altare dell’assenza. E qui, in questo punto dove il visibile si spoglia e si sottrae allo sguardo, dove l’oggetto si smaterializza e lascia il suo posto vuoto, l’assenza stessa diventa mistero di una presenza lontana e vicina, diventa un’icona dell’irrapresentabile 11.

 

 

 

Le dimore del pittore

 

La stessa forza evocativa,  ed un medesimo afflato mistico,  pervadono il trittico posto sul lato destro rispetto all’ingresso, dal titolo illuminante: Le dimore del pittore, declinato attraverso tre tavole: Catino, Asparizione Pane 12. Ed è Ettore Frani ad indicarcene la poetica: “si tratta della raffigurazione di immagini metaforiche del lavoro interiore del pittore, evocative di luoghi mentali che il pittore abita e da cui è a sua volta abitato” 13.

Al centro, la simultaneità di apparizione e sparizione, implicita nella vita stessa, si fa Asparizione 14, nella raffigurazione di una sorta di altare, a guisa di soglia, costruito in modo rigoroso e sapiente attorno a velature di luce. Ed è invero la luce, grande protagonista in tutta l’opera pittorica di Frani, a fungere da elemento catalizzante in quest’opera evocativa, ove la pittura raggiunge vette di alto liricismo. Un grande fascio luminoso, frutto dell’incontro tra due fonti diverse e di opposta provenienza, pare, al tempo stesso, emanare dalla bruma del fondo e attraversare la tavola da sinistra. Sta forse ad indicare la nostra duplice natura, materiale e spirituale al tempo stesso? E’ questo il luogo ove l’uomo incontra la propria origine, oppure quello della propria fine? Forse entrambe le risposte.

Come sempre, Ettore Frani costeggia, con rispetto e con umiltà, territori a noi invisibili, nel tentativo di fare affiorare dal fondo dell’inesplorabile, la percezione di un’anima che vibra. Ricordo l’analisi illuminante che, a questo proposito, ha elaborato Stefano Castelli nel suo scritto, Scandaglio dell’interregno: “L’indagine di Frani muove da premesse …ontologiche, originarie”. “L’oggetto della sua opera pare risiedere in una terra di mezzo che non è fedelmente descrivibile con le parole”. “….di quale contrasto vive questa terra di mezzo: è precisamente il confine tra presenza e assenza, vuoto e pieno, figurativo e astratto” 15.

Emerge dal polmone grigio del fondo il catino, mirabilmente dipinto, alla maniera cara all’iconografia classica e con l’ossessione per il dettaglio della pittura fiamminga; un catino plastico, compatto, che occupa uno spazio e dalla consistenza lucida e risplendente del metallo. L’ombra stagliata alla base ne testimonia un appoggio su una superficie di grigi che, a fatica, si sottraggono al fondo. Su cosa appoggia? Non è dato saperlo. Possiamo avvicinarci al mistero ma non svelarlo. Ed è la luce a posarsi, con grazia, ad illuminarne il bordo, permettendo alla pittura di acquisire, tramite infinite velature, la rifrangenza del metallo. Trasformazione degli elementi, memorie alchemiche, simbologia sacra, tutto si fonde in un’immagine altamente evocativa, dove il gesto pittorico trova, nella compostezza e nell’estrema cura dell’esecuzione, il suo rimando mentale, nell’accogliere la certezza della forma che si stanzia dinanzi ai nostri occhi.

Sulla destra, lo stesso fondo inafferrabile, fatto di ignoto, preserva e mantiene compatto ed integro il pane, posto al centro della composizione. Qui, la piaga inflitta al costato di Cristo si fa nutrimento, nella raffigurazione del pane della vita, scalfitto nella sua crosta da una ferita indelebile, ma rafferma, attorno alla certezza della carne. Un pane sospeso in una dimensione concettuale, nella certezza di una pittura che ricerca e ritrova al suo interno la luce dello spirito.

 

 

 

Ultimo silenzio

 

A conclusione del ciclo di opere che Ettore Frani realizza ponendosi in ascolto del Compianto di Niccolò dell’Arca, prende forma l’opera dal titolo illuminante di Ultimo Silenzio. Frani evoca la pittura che lo ha preceduto, attraverso la soluzione compositiva di una tavola a lunetta, di religiosa memoria, e stabilisce fin da subito un rapporto con la spiritualità del luogo, culminante nella plastica tragicità del Compianto.

Al pari delle Silenziose, la figura femminile si fa archetipo di un’umanità sofferente, ma, ora, il corpo si erge, il volto e lo sguardo in estatica contemplazione di un’Altrove rispetto alla fonte luminosa. Una luce “caravaggesca” giunge da destra, una luce dello Spirito che avvolge la figura, esposta fino al busto, di un’aurea salvifica, in un ipotetico quanto auspicato dialogo, laddove una parola potrebbe essere proferita dalla figura stessa (l’umanità) o dall’Alterità che la pervade.

Ed è questo il messaggio di speranza che Frani ci lascia, attraverso la sua pittura e, al tempo stesso l’invito ad accogliere nella nostra vita il respiro dell’universo.

 

 

Note

1 Ettore Frani: “Titolo che rimanda all’immagine di una fiamma Altra, nera ed oscura”.

 

2 Ettore Frani: “La soluzione compositiva del polittico è stata da me più volte utilizzata nel corso degli anni per andare incontro ad esigenze di carattere poetico e funzionale, perché ciò che mi preme sottolineare è la relazione che sussiste tra le parti che lo compongono, ovvero la loro intima reciprocità. Il soggetto dipinto ... è quindi illuminato e posto in seno ad un più complesso rapporto, cosicché l’opera si apra ad un con- tinuo rimando di significati. Con la composizione a polittico, inoltre, riesco a far dialogare le immagini su una struttura a più livelli, così da tenere assieme, ed in modo più corale, i soggetti implicati nella ricerca poetica: l’uomo, la natura, la presenza/assenza di luoghi liminali ...”.

 

3 Massimo Recalcati, Il velo e la lontananza: una breve nota sulla poetica di Ettore Frani, in Ettore Frani. Limen, catalogo della mostra (L’Ariete artecontemporanea, Bologna, marzo-maggio 2011): “I suoi bianchi sono il frutto di stratificazioni di colore multiple, meticolose, liriche e, insieme, insistenti ed accanite ... il suo bianco non è affatto un dato di partenza. Egli non parte dalla superficie, ma la raggiunge. I suoi bianchi sono così sempre popolati da macchie, ombre, presenze, piccole incisioni, scavi impercettibili, densità discontinue su uno sfondo solo apparentemente omogeneo. ... Frani costruisce i suoi bianchi attraverso la pittura e in questa costruzione eleva la superficie alla dignità di un mistero”.

 

4 Si tratta di un simbolo di forma ogivale ottenuto da due cerchi dello stesso raggio, intersecantisi in modo tale che il centro di ogni cer- chio si trova sulla circonferenza dell’altro. Nella iconografia cristiana la mandorla viene associata alla figura del Cristo o della Madonna in Ma- està. Ha doppia valenza: alludendo al seme in generale, assurge a sim- bolo di Vita e dunque di Cristo (Colui che è Via, Verità e Vita) e come intersezione di due cerchi rappresenta la comunicazione fra due mondi, il piano materiale e quello spirituale, l’umano e il divino. Gesù, il Verbo divino fattosi uomo, diventa il solo mediatore fra le due realtà.

 

5 Intervista a Ettore Frani: “L’essere umano guarda ed è anche riguardato. Vorrei poter stabilire una relazione con ciò che giustamente chiami mistero, per salvaguardarlo. Il mio sguardo si fa custode di ciò che mi sopravanza per testimoniare un’esperienza altra da donare allo spettatore”.

 

6 Un riferimento all’umanità del pittore, alla sua dimensione privata di uomo.

 

7 L’opera al nero.


8 L’opera al bianco.


9 Ettore Frani, a proposito delle Silenziose.


10 Massimo Recalcati, Il velo e la lontananza: una breve nota sulla poetica di Ettore Frani, cit

.
11 Massimo Recalcati, L’attesa dell’ignoto. Una nota su Ettore Frani, i
n Risonanze. Giovani artisti a confronto con il mistero, catalogo della mostra (Galleria San Fedele, Milano, novembre 2010-gennaio 2011).

 

12 Ettore Frani: “vorrei che l’opera non fosse mai chiusa da un’interpretazione univoca, pertanto ho sentito la necessità di conferirle un titolo che fosse il più aperto possibile. Non si tratta di svelare alcun enigma ma, semmai, tentare di custodire un’indicibilità che sfugge sempre a qualsiasi appropriazione o significato definitivo ...”.

 

13 Ettore Frani, comunicazione scritta.

 

14 Titolo che l’artista ha tratto dal neologismo del poeta Giorgio Caproni per sottolineare la simultaneità di apparizione e sparizione.

 

15 Stefano Castelli, Scandaglio dell’interregno, in Ettore Frani. Limen, catalogo della mostra (L’Ariete artecontemporanea, Bologna, marzo- maggio 2011). 

 

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