Ettore Frani: l’epifania della luce

 

Racconto o epifania?

L’opera di Ettore Frani si è lentamente trasformata nel tempo, fino ad assumere oggi quel carattere misterioso ed enigmatico che resiste a qualunque affrettata interpretazione, per lasciare spazio a una molteplicità di interrogativi, come se un enigma latente emergesse dalla tavola. Mai come nell’opera di Frani il dibattito sulla dialettica figurazione/astrazione appare spegnersi nel constatare che, malgrado gli oggetti del nostro mondo siano facilmente riconoscibili a tal punto da sospettare un’origine fotografica dell’immagine, una potente astrazione trascende il registro mimetico descrittivo, per parlarci di un ulteriore, di un oltre, di un mondo difficilmente definibile, che sembra ricondurci alla stessa natura dei sogni, a un diafano miraggio, a un’inattesa rivelazione… 

Frani usa la tecnica dell’olio su una tavola laccata bianca, totalmente liscia e impermeabile al colore, su cui stende leggere pennellate di colore nero. Completa poi il dipinto con una finitura lucida o satinata, attraverso velature all’acqua che miscela in vario modo, a pennello. Una volta che il colore si è asciugato può intervenire solo con velature più scure e non potrà più schiarire alcuna parte della superficie. Attraverso questa tecnica che si fonda su di un finissimo registro stilistico calibrato sulla resa tattile di ogni singolo elemento, Frani mette in scena immagini avvolte da un segreto, da un’aura di mistero che sembra sul punto di svelarsi davanti al nostro sguardo. 

Paesaggi con aurore dai cieli cupi e tetri, frammenti nodosi di radici che si stagliano su di un omogeneo sfondo nero, enigmatiche nature morte costituite da semplici oggetti in metallo, volti femminili sospesi tra meditazione, paura e sorpresa, bianchi lenzuoli calati misteriosamente dall’alto, oggetti dalle forme organiche difficilmente identificabili, eppure così concreti e reali… Esiste una logica narrativa o si tratta di pure apparizioni, il cui significato resta da decifrare attraverso il codice segreto dell’inconscio? 

 

L’emergere della luce

I lavori di Frani si presentano come meditazioni sulla luce, fatte di sfumati e vaporosi chiaroscuri, di sottili velature che annullano qualunque contrasto nitido e vivace tra fondo e figura. Per ottenere questo effetto di magico realismo, l’autore utilizza il colore ad olio “nero avorio”, intenso, opaco e trasparente allo stesso tempo, e grazie a minimi strati di colore raggiunge una gradazione di mezzitoni, fino a conquistare il nero assoluto. Per creare una maggiore o minore luminosità, sottrae poi dalla superficie dipinta il nero precedentemente steso, con pennelli, stracci, carta, acquaragia o con le stesse mani. Tuttavia, non dipinge mai le zone che devono conservare il massimo grado di luce, lasciando che la superficie del fondo resti intatta. La luce degli oggetti o dei paesaggi risulta così riaffiorare delicatamente dal fondo, per sciogliersi e dilatarsi in infiniti riflessi nello spazio, quasi questi potessero emanare una luce che si dissolve gradualmente in irradiazioni o in impalpabili vapori. 

La scena appare avvolta da una sottile foschia, da una sorta di “velo fumoso”, di leonardesca memoria,  da una nebbia leggera che favorisce l’unità visiva del dipinto. Gli oggetti non appaiono ritagliati nello spazio, ma sembrano come dilatarsi e vivere in esso, quasi fossero masse atmosferiche che galleggiano in quel nero intenso, assoluto, profondo. Non a caso, Frani annulla il contorno degli oggetti, il disegno che ne definisce la forma, come se questi nascessero, vivessero e si animassero nello spazio da cui provengono. L’oggetto, come una sorta di scultura luminosa, appare così dilatarsi e contrarsi, secondo una dialettica di diastole e di sistole, evocando lo stesso respiro cosmico. Frani crea in questo modo una dimensione sospesa, in cui le forme sembrano fluttuare ed espandersi liberamente. Il raffinato plasticismo della sua pittura, ottenuto unicamente attraverso il colore nero, steso sulla superficie bianca del fondo con intensità diverse, crea così, di volta in volta, profondità insondabili, atmosfere silenti, spazi soffusi ed estranianti.

 

Quale chiaroscuro?

La tecnica non appare fine a se stessa, ma in relazione a un potente registro simbolico dell’immagine. Se il fondo dell’opera appare cupo, oscuro, la luce emerge invece direttamente dalla bianca superficie della tavola: la sua presenza e la sua carica luminosa sono legate a un preciso lavoro di “sottrazione” del nero. 

Grande è la differenza rispetto al chiaroscuro caravaggesco. Contrariamente a quanto accade nell’opera dell’artista lombardo, che dal fondo oscuro fa emergere alla luce le figure con colori più chiari in prevalenza dalle tonalità ocra, è come se in Frani l’immagine emergesse invece dallo sfondo bianco, da una luce che incontra la materia opaca del nostro mondo, facendosi spazio, oggetto, realtà quotidiana. Se in Caravaggio la figura affiora dal fondo bruno, conservando le tracce della materia oscura da cui proviene, in Frani la figura afferma il permanere della sua origine nella luce. Se in Caravaggio le figure, illuminate dalla luce della grazia, si staccano dal fondo tenebroso per diventare esse stesse luce e illuminare così lo spazio, in Frani le figure irradiano invece quella stessa luce da cui provengono, perché a nostra volta ne siamo illuminati. 

La realtà, sembra dirci l’autore, non scaturisce da un fondo di tenebra da cui occorre emergere con violenza, ma da una luce che siamo chiamati a proteggere, custodire e amare, perché la realtà stessa è costituita dalla luce, è questa la nostra origine. Noi veniamo dalla luce… Nelle opere di Ettore Frani, grazie a questa sottile dialettica luce/ombra, bianco/nero, velamento/svelamento, è come se in un potente ma delicato poema della luce un evento stesse per accadere o si fosse appena compiuto. È l’affiorare della vita al cuore della storia. L’autore consegna in questo modo opere che parlano di attesa di una rivelazione, di un’epifania che sta per avverarsi al nostro sguardo, di una liturgia che si compie al cuore del quotidiano. Di una speranza di luce.

 

Andrea Dall’Asta SJ

Direttore Galleria San Fedele, Milano

Direttore Raccolta Lercaro, Bologna

 

 

 

Ettore Frani: The Epiphany of Light 

 

Story or Epiphany? 

The work of Ettore Frani has slowly changed over time till to assume that mysterious and enigmatic character that resists any hasty interpretation, to give space to a multiplicity of questions, as if a latent enigma emerged from the table. Never as in the work of Frani the debate on the Dialectic figuration/abstraction appears to be extinguished in the fact that, despite the objects of our world are easily recognizable to such an extent as to suspect a photographic origin of the image, a powerful abstraction transcends the descriptive camouflage register, to tell us about a further,  a beyond, a world difficult to define, which seems to lead us back to the same nature of dreams, to a diaphanical mirage, to an unexpected revelation... 

Frani uses the technique of oil on a white lacquered board, totally smooth and impervious to colour, on which it spreads light strokes of black colour. He completes the painting with a glossy or satin finish, through water-glazes that he mixes in various ways, by brush. Once the color has dried up, it can only intervene with darker veining since it won’t be possible to enlighten any part of the surface. Through this technique that is based on a very fine stylistic register calibrated on the tactile rendering of every single element, Frani puts on the scene images wrapped by a secret, by an aura of mystery that seems on the verge of revealing itself before our gaze. 

Landscapes with Aurore from gloomy and gloomy skies, knotted fragments of roots that stand out on a homogeneous black background, enigmatic still-life consisting of simple metal objects, feminine faces suspended between meditation, fear and surprise, white sheets lowered mysteriously from above, objects with organic forms difficult to identify, yet so concrete and real... Is there a narrative logic or is it about pure apparitions, the meaning of which remains to be deciphered through the secret code of the unconscious? 

 

The emergence of Light 

Frani's works are presented as meditations about light, made of faded and vaporous chiaroscuro, of subtle veining that nulled any sharp and vivid contrast between the background and the figure. To achieve this effect of magical realism, the author uses the oil color "ivory black", intense, opaque and transparent at the same time, and thanks to minimal layers of colour it reaches a gradation of halftones, to conquer the absolute black. To create a greater or lesser brightness, it subtracts from the painted surface the previously stretched black, with brushes, rags, paper, spirits or with his hands. However, he never paints the areas that must retain the highest degree of light, leaving the surface of the background intact. The light of the objects or the landscapes is thus gently let to re-emerge from the background, to melt and dilate in infinite reflections in space, as if they could emanate a light that dissolves gradually in irradiations or impalpable vapours. 

The scene appears enveloped by a subtle haze, a sort of "smoky veil", by Leonardo Memoria, a light mist that favours the visual unity of the painting. The objects do not appear as cut out in space, but they seem to dilate and live in it, almost as if they were atmospheric masses floating in that intense, absolute, deep black. Not by chance, Frani cancels the outline of the objects, the design that defines the shape, as if they were born, lived and acted in the space from which they come. So the object, like a kind of luminous sculpture, appears dilating and contracting, according to a dialectic of diastole and systole, evoking the same cosmic breath. Frani creates in this way a suspended dimension, in which the shapes seem to float and expand freely. The refined plasticism of his painting, obtained only through the black colour, stretched out on the white surface of the bottom with different intensity, creates each time unfathomable depths, silent atmospheres, soft and alienating spaces. 

 

What “chiaroscuro”? 

The technique does not appear to be an end in itself, but in relation to a powerful symbolic register of the image. If the background of the work appears gloomy, obscure, the light emerges instead directly from the white surface of the table: its presence and its luminous charge are linked to a precise work of "subtraction" of black. Great is the difference compared to the Caravaggesco chiaroscuro. Contrary to what happens in the work of the Lombard artist, who from the dark background brings the figures to light with lighter colours predominantly from ochre tones, it is as if in Frani’ work the image emerges instead from the white background, from a light that meets the opaque matter of our world, becoming space, object, everyday reality. If in Caravaggio the figure emerges from the brown background, preserving the traces of the dark matter from which it comes, in Frani the figure affirms the remain of its origin in the light. If in Caravaggio the figures, illuminated by the light of grace, are detached from the dark background to become themselves light and thus illuminate the space, in Frani the figures radiate instead that same light from which they come from, because in our turn we are enlightened  by them. The reality, the author seems to tell us, does not come from a background of darkness from which it is necessary to emerge violently, but from a light that we are called to protect, cherish and love, because the reality itself is made up of light, this is our origin. We come from the light... In the works of Ettore Frani, thanks to this subtle dialectic light/shadow, white/black, veil/unveiling, it looks like a powerful but delicate poem of light, an event is going to to happen or has just taken place. It is the emergence of life at the heart of history. The author delivers in this way works that talk about the waiting for a revelation, an epiphany that is about to come true to our gaze, of a liturgy that is fulfilled at the heart of everyday life. About a hope of light. 

 
 

Essay from the solo exhibition La pietà della luce (The Piety of Light), feb 2019 PAN | Palazzo delle Arti di Napoli

 

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