Matteo Galbiati e Raffaella Nobili

 

La misura dell’Inespresso: due voci per un solo sguardo

 

 

Questo nuovo dialogo tra arti e artisti, che in questa occasione si genera e attiva dall’intenso scambio tra le opere del maestro Yamamoto Masao e quelle di Ettore Frani, si inserisce coerentemente nella logica delle scelte che abbiamo sempre condotto nei nostri progetti e rientra, puntualmente, in quella specifica pianificazione indirizzata al confronto di modi e mondi, pensieri e ricerche, riflessioni ed espressività differenti quanto intimamente legate tra loro. Le estetiche orientali, giapponesi nello specifico, e quelle occidentali si evidenziano nella loro lontananza di modelli, ma pure appaiono sempre deducibili secondo un’affinità intima, sottesa e nascosta, che abilita uno stretto ed evidente, quanto concettualmente definibile, apparentamento che accerta la profondità del pensiero dell’uomo e la sua identità universale.

Anche la mostra La misura dell’Inespresso, allora, prende le mosse dall’incontro, a metà strada, tra due mondi e tra due modi (la fotografia per Masao e la pittura per Frani) che, pur lontani per storia e cultura, trovano, una volta accostati, quella specifica e sorprendente sinergia con cui ci possiamo interrogare sulla possibilità concreta di un effettivo, e non pretestuoso, dialogo tra le parti. Così decidere di confrontare due artisti come loro può, comunque, apparire un azzardo: molto diverse, infatti, appaiono, seppur in un’epoca di cultura globale, le premesse culturali che animano le rispettive ricerche; complesse e differenti sono poi le premesse fondanti del loro fare e altrettanto specifiche sono le modalità e la temporalità dell’approccio tra un’opera d’arte occidentale e una orientale che sembrano spesso seguire percorsi non lineari e ovvi.

Fatte queste debite considerazioni, la vicinanza più che apparente, anzi tangibile e netta dopo un’osservazione che sublima la superficialità di un confronto immediato, tra Masao e Frani è frutto più di una disposizione interiore comune, tacitamente empatica, verso un certo modo di approcciarsi alla visione della Natura che si riflette poi, in entrambi, in uno studio e una conoscenza minuziosi e reciproci dei caratteri della tecnica scelta che regola la rispettiva produzione artistica. Questa diventa una premessa fondamentale per due artisti che, senza essersi mai conosciuti prima in modo diretto, si specchiano ora uno nel lavoro dell’altro; sorprendente è, infatti, come non sia tanto l’apparenza degli immediati assetti formali delle loro visioni tradotte in opere a definire una congiuntura poetica, quanto lo sviluppo di pari tematiche e, soprattutto, la sensibilità con cui queste vengano trattate e distillate pazientemente nel manufatto artistico. Qui incontriamo, nel subderma dell’immagine – pittorica o fotografica a questo punto poco conta – quell’intricata matassa di corrispondenze, polisemantiche e transculturali, facilmente apparentabili e simultanee nei tempi, addirittura, in alcuni casi, tanto chiare da risultare quasi sovrapponibili nelle esperienze estetico-estatiche.

Questa stretta aderenza, nonostante le mille sfumature etnografiche, può essere spiegabile richiamando il punto cruciale, che sembra essere il minimo comun denominatore tra i due, ovvero una sensibile predisposizione interiore che li porta ad osservare, con attenzione estrema, la realtà circostante per estrapolarne poi un lacerto minimo, definito e anche parziale, che accoglie in sé tutto il potenziale espressivo contenuto nel valore del particolare a testimonianza dell’universale. Entrambi, con approccio e atteggiamento singolare, percorrono una strada affine – vero e proprio viaggio alle sorgenti dell’essenza – con cui si cerca, nel valore curatissimo dell’immagine finale, la proporzione dell’indefinibile, l’apparizione spirituale che sta, dentro e attorno alle “cose” del mondo. Cercando di incontrare l’essenza dentro l’apparenza, il loro sguardo di artisti profondi e intellettualmente sensibili, forti nella loro delicatezza espressiva, prova a misurare il mondo, a dare forma e dimensione ai valori dell’inespresso, a quello che si cela dietro ogni tangibile manifestazione del reale.

Qui sta il crocevia delle loro esperienze, qui il punto solenne di incontro: uno con la fotografia, l’altro dipingendo, attuano insieme una meditazione potente che si pone alla ricerca di quella bellezza che ha un ruolo davvero essenziale nello sviluppo della coscienza e della conoscenza dell’uomo. In loro prevale una matrice filosofica e spirituale che, calata in un distintivo stile individuale, pone l’accento sulla “normalità” delle cose e, di conseguenza, l’ordinario viene rivelato come qualcosa di davvero straordinario. Numerosi studi riguardanti l’estetica orientale sottolineano quanto l’opera d’arte sia legata strettamente all’esercizio della pratica quotidiana e alla ripetizione infinita di movimenti che, sapientemente interiorizzati e immagazzinati nella memoria corporea, colgano l’afflato emotivo, originario e grezzo, che anima l’impulso artistico, per convogliarlo, poi, più consapevolmente nell’esercizio creativo. Attraverso questo processo, che potremmo azzardare definire alchemico per la sua qualità trasformativa, il corpo stesso dell’artista diviene “luogo, ideale e concreto, dell’accadere di un evento che transita attraverso i gesti”1.

Condizione indispensabile dell’accoglimento da parte dell’artista del fenomeno artistico è la sospensione del punto di vista egoico. Solo attraverso questo atto infatti si ha accesso a quella parte più profonda dell’Io interiore capace di entrare in risonanza con l’esterno, facendo così cadere quel velo che ci fa percepire corpo, movimento e oggetto (anche artistico) come momenti slegati l’uno dall’altro. Un continuo ed eterno fluire tra gesto sapiente, medium e Natura procede dalla fisicità dell’artista, che si fa contenitore e amplificatore del fenomeno, fino a farci ricalcare ed entrare nel processo di accadimento naturale delle cose. La naturalezza e la spontaneità sono dunque qualità fondamentali che devono essere pertinenti al manufatto, al suo creatore e, se questo insieme si verifica, anche al fruitore.

Le loro opere confermano questa triangolazione nell’essere oggetti nel senso più vero ed autentico, promuovendo un’osservazione così tanto profonda che inizia dalla vista e che si realizza compiutamente nella mente e nell’anima. La precisione di quanto si mostra diventa l’incipit di un viaggio multidirezionale, esteso e senza una meta tangibile e pre-ordinata, che travalica i confini dello spunto – solo formalmente parziale – suggeritoci dall’artista stesso: Masao e Frani non sono istrionici raccontatori di storie, non ci incantano con l’affabulazione di una dialettica narrativa, ma pongono l’estetica intrinseca all’immagine come punto di partenza, perchè il potere associativo dei loro linguaggi sia il viatico iniziale che alimenta il percorso che si consegna allo sguardo di chi osserva. Un patto rinnovato opera dopo opera, un sigillo posto su qualità estetiche e poetiche di preciso spessore e valore.

Tale approccio è comune a molte delle arti tradizionali giapponesi ed è come se l’opera d’arte non si esaurisse nell’oggetto concreto, ma iniziasse molto prima nella preparazione stessa dell’artista – facendo così coincidere etica con estetica – e proseguisse nell’esperienza dell’altro, di chi guarda. In questo senso non esiste mai una divisione, vera e netta, tra vita quotidiana e vita artistica, poiché il tempo antecedente alla creazione, e quello successivo della contemplazione, sono comunque tempi dell’arte e della vita. La disanima e il fare artistico, infatti, in Cina come in Giappone, non sono mai disgiunti ne dalla pratica ne dall’esistenza.

Masao e Frani cercano, nei mondi che viviamo, quei piccoli e, apparentemente, insignificanti dettagli impercepibili che, non notati prima, trovano ora potente risonanza nell’evidenza dell’opera; plasmando la quotidianità banale, estendono, trasformandole, le sue qualità in significazioni altre e più ampie.

Dobbiamo tornare alla premessa iniziale per sottolineare come la predisposizione interiore appaia quale condizione essenziale per entrambi: il rimando frequente a tale natura conosciuta, eppure misteriosa e silente, non è semplice coincidenza tematica; indica, invece, un atteggiamento contemplativo che si accorda con un’abitudine del vivere che predispone l’invisibile dell’animo all’istante creativo. Il fare un passo indietro, la riduzione dell’Ego ai minimi termini possibili e il non palesarsi compiutamente non appaiono come rinunce, quanto, da un punto di vista soggettivistico, scelte consapevoli che aiutano l’emersione di alcuni aspetti fondanti del loro fare. Sia per Masao che per Frani, infatti, l’aspetto umano non è mai staccato o non va a discapito della Natura, ma è in comunione totale con essa: non percependosi affatto rottura tra opera e osservatore, l’uomo è totalmente compreso all’interno del processo di accadimento delle cose, di cui il fenomeno artistico non è che uno dei molteplici aspetti ed è mezzo di canalizzazione di questa appartenenza universale.

Del resto, influenzati da aspetti della filosofia orientale, al centro della loro visione resta proprio l’armonia universale, il rapporto tra tutto e singolo: nello scatto per Masao e nel rapporto con il pennello per Frani, i due artisti colgono il senso di questo sentore armonico che avvolge tutte le cose e si amplifica negli interstizi della semplicità.

In loro coesiste il desiderio, appena sussurrato, di indagine, di approccio rispettoso alla Natura e all’arcano che la abita: spesso, infatti, sia la pittura di Frani che la fotografia di Masao indugiano a descrivere le zone di confine, quelle aree in cui l’indefinitezza diventa la cifra decisiva di riferimento dell’opera. Guardando a molti loro lavori, il tema non è più il soggetto esclusivo e totalizzante, ma ciò che sta nelle pieghe, che è seminascosto: il limes tra cielo e terra in mutevole cambiamento; il rapporto simbolico e chiaroscurale tra il dentro e fuori, la soglia dell’udibile e del visibile. L’utilizzo del nero, in sottrazione con la filiazione infinita dei grigi stesi per velature che sopraggiungono all’abbaglio che scontorna il tutto del bianco, ribadisce otticamente l’importanza attribuita alle zone d’ombra in senso concettuale ed estetico: dalle zone buie dell’animo tornano alla luce valenze sensibili e sentimentali, mai del tutto staccate dal valore del vivere “quotidiano”. L’inesprimibile che giace nel buio, che bisbiglia inascoltato, torna a farsi sentire sconfinando nelle realtà “inafferrabili” delle opere.

L’aderenza pittorica alla riproduzione, quasi fotografica della realtà, di Frani gioca ambiguamente con gli aspetti pittorici insiti nella fotografia di Masao: più in particolare ciò che colpisce al primo sguardo è la mimesis di cui Frani si serve nella riproduzione puntuale del mondo fenomenico, mostrando una perizia pittorica, la cui radice affonda in tempi lontani, che non si esaurisce mai in un puro e semplice esercizio di stile. Parallelamente la peculiare intangibilità degli scatti di Yamamoto Masao induce ad allontanarsi dal modus vedendi consueto della fotografia, perché nessuna sua immagine si formalizza secondo parametri definiti secondo la tecnica fotografica, ma si fondano unicamente sul sentire profondo dell’artista che entra in empatia diretta con il soggetto tanto da fotografare “dipingendo”.

Ciò che riescono a trasferire sulla tavola e sulla carta, infatti, è proprio quell’inespresso, allusivo, ma mai spento nel mero descrittivismo del reale: alludono ad una sfera simbolica più profonda, che diviene massimamente evocativa di quei valori spirituali che non hanno tempo. La descrittività miniaturistica, che enfatizza il particolare, non è che un mezzo espressivo che, ben lontano dall’esaurire e dal concludere il senso ultimo dell’opera e di quanto rappresenta, insiste sull’emozione, sul sentimento di chi vi si rispecchia.

Stupore, ammirazione, incanto, interrogazione e, persino, commozione colpiscono il fruitore; sono sintomo di questa compartecipazione emotiva alla vera bellezza del mondo, oltre la parzialità limitata delle opere, divenendo percezione chiara, netta e sensibile di come le cose sono ed evolvono instancabilmente nel tempo e del nostro atavico farne parte.

Nelle loro opere riscontriamo, allo stesso tempo, la testimonianza dell’atto creativo, di cui ogni artista è portavoce esclusivo, sia le epifanie stesse del processo naturale di ogni accadimento. Ogni apparizione e ogni piccola sua frazione, silentemente raccoglie lo strumento di quell’inespresso che, ineludibile dall’esperienza di vita, apre lo sguardo, nel presente della Natura, l’altrove di dimensioni che ci appartengono nel profondo e che, forse, abbiamo paura di abitare con la mente. Questi universi le opere di Yamamoto Masao e Ettore Frani sembrano dischiuderci con la solennità di tanta sobria e decisa poesia. 

 

1 M. Ghilardi, L’estetica giapponese moderna, Brescia, Morcelliana, 2016

 

 

 

testo tratto dal catalogo della bipersonale La misura dell'Inespresso 沈黙の尺度  Yamamoto Masao | Ettore Frani ott - dic 2017,  Paraventi Giapponesi - Galleria Nobili, Milano

 

 

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 Matteo Galbiati and Raffaella Nobili 

 

The measure of the unspoken: two voices for one gaze

 

 

This new dialogue between arts and artists, on this occasion, is generated and activated by the intense exchange between the works of Yamamoto Masao and Ettore Frani, coherent with the curatorial logic that has always driven our projects, and with the specific direction of a comparison of attitudes and worlds, thoughts and researches, different reflections and forms of expression, as they are intimately linked to each other. The Oriental aesthetics, Japanese in specific, and the Western one are showed in their diversity of models, but they also appear closer, according to an intimate, specific affinity, a conjunction that assures the depth of man’s thinking and his universal identity. The exhibition The measure of the unspoken, moves once more from the meeting between two worlds and two ways of making art (photography for Masao, and painting for Frani) that, although chronologically and culturally remote, find a specific and surprising synergy, through which we can suggest a concrete possibility of an effective, and not pretentious, dialogue between the parties. Comparing two artists like these can appear, however, like a bet, such is the difference between their respective cultural backgrounds, even in an era of globalization; the typical attitude and timing of western art are also generally different from those of oriental poetics, that usually follow unpredictable ways.

Having made these due considerations, the proximity is more than apparent, indeed tangible and clear after an observation exceeding the superficiality of an immediate confrontation; it is the result of a common interior disposition, tacitly empathetic, towards a certain way of approaching the vision of Nature, reflected in both, in a study and a meticulous and reciprocal knowledge of the specificity of the chosen techniques. This becomes a fundamental premise for two artists who, without knowing each other directly, are now able to reflect into each other’s work; in fact, it is surprising how the appearance of the immediate formal arrangements of their visions translated into works is less crucial, in defining a poetic situation, than the development of similar themes and, above all, the sensitivity with which they are treated and refined patiently in the respective artifacts. Here we find, in the sub-skin of the image – regardless of its pictorial or photographic nature – an intricate intertwining of polysemic, transcultural correspondences, familiar and simultaneous, sometimes even so clear that they are almost overlapping in esthetic-ecstatic experiences.

This tight similarity, despite thousands of ethnographic shades, can be explainable recalling the crucial point, that seems to be the minimum common denominator between the two artists, or at least a sensible interior predisposition which leads them to observe, with extreme attention, the surrounding reality in order to obtain a quantum meaning, encompassing all the expressive potential contained in the value of detail as a testimony of the universal. Both, with a singular approach and attitude, travel along a straight journey to the source of the essence, searching, through a fully accomplished outcome, the proportion of the indefinable, the spiritual apparition that is, inside and around the “things” of the world. Searching for essence within appearance, their artistic and sensible intellectual gaze, strong in both artists’ expressive elegance, tries to measure the world, to give form and dimension to the value of the unspoken, to what hides behind every tangible manifestation of reality.

Here is the crossroad of their experiences, here is their solemn meeting point: one with photography, the other with painting, acting together in a strong meditation that searches for that beauty that has a real essential role in the process of awareness and knowledge of the human. In both, philosophical and spiritual background prevails, resulting in a distinctive and individual style, with an emphasis on the ̈normality” of things. As a consequence, the ordinary reveals itself to be actually extraordinary. Many studies about oriental aesthetics highlight how the work of art is tightly bound to the exercise of daily practice and to the perpetual repetition of movement that, wisely interiorized and stored in the embodied memory, understands the emotional meaning, original and raw, which animates the artistic impulse, to convey it, then, more consciously in the creative exercise. Through this process, which we could define alchemic for their transformative quality, the body of the artist becomes “place, ideal and concrete, of an event which passes through gestures.”1

A necessary condition of the artistic phenomenon is the suspension of the egocentric point of view. Only through this act we have access to the deeper part of the inner self able to get in tune with the outside, removing the veil that makes us perceive body, movement and object (also artistic) as moments disconnected from each other. A continual and eternal course between wise gesture, medium and nature proceeds from the physicality of the artist, that conceives himself as the container and amplifier of the phenomenon, until he goes back and enters into the natural happening process of things. Nature and spontaneity are therefore fundamental qualities of the artifact, its creator and, when this conjunction occurs, even the viewer.

Their works of art confirm such triangulation, as they are objects in the truest and most authentic sense, promoting an observation so deep that it begins with sight and is eventually accomplished in the mind and soul. The precision of what is shown becomes the beginning of a multidirectional travel, extended and devoid of a tangible, pre-ordered goal, exceeding the limits of inspiration – only formally partial – suggested by the artist himself: Masao e Frani are not histrionic storytellers; they do not enchant us with their dialectical narrative. Instead, they choose the intrinsic aesthetics of the image as a starting point, so that the associative power of their language can be the inspiration feeding the path in front of the observer. A deal renovated work after work, as a seal on aesthetic and poetic quality of sure value.
This approach is common to traditional Japanese art and it is as if the work of art did not end in the concrete object, but began earlier in its preparation – thus making etic and aesthetic coincide – and continued in the experience of the other, of the viewer. Therefore, there is no distinction between everyday life and artistic life, because the time before creation and the one following contemplation, however, are times of both art and life. Reflection and artistic practice, in China as in Japan, are never disjointed, either in work or in life.
Masao e Frani search the world we live in for the tiny and apparently insignificant imperceptible details that, though unnoticed at first, now find powerful resonance in the evidence of the work, shaping the banality of everyday life, and extending, transforming its qualities into ulterior, larger meanings.
We must return to the initial premise to underline how inner predisposition appears to be an essential condition for both: the frequent reference to this known, yet mysteriously silent nature, is not a simple thematic coincidence; instead, it signals a contemplative attitude, matching a way of living that drives the invisible of the soul towards a creative moment. To take a step back, the reduction of the ego to a minimum, and the partiality of manifestation do not appear to be renunciations, but rather, from a subjective point of view, conscious choices that help the emerging of some fundamental aspects of their doing. For both Masao and Frani, in fact, the human aspect is never detached, it does not go to the detriment of nature; rather, it is in total communion with it: not perceiving any break between work and observer, the human element is totally understood within the process of happening of things, of which the artistic phenomenon is only one of the many aspects, and a means of channeling this universal citizenship.
Moreover, influenced by aspects of Eastern philosophy, their vision foregrounds the concept of universal harmony, the relationship between whole and individual: Masao’s pictures and Frani’s use of the brush equally express the sense of this harmonious feeling which envelops all things and gets expanded in the folds of simplicity.
They both express the longing, just whispered, for a respectful approach to Nature and its inherent mystery: often, in fact, both Frani’s painting and Masao’s photography describe the limits, those areas where indefiniteness becomes the very subject of the artwork. Looking at many of their pieces, the theme is no longer the exclusive and totalizing subject, but what is in the folds, which is hidden: the limes between heaven and earth in mutual changing; the symbolic, chiaroscuro relationship between inside and outside, the limit of the audible and the visible. The use of black, removed through a continuous veiling of grays, revealing whiteness in a sort of blinding trauma, reiterates 
the importance attached to shadow areas, both conceptually and aesthetically: from the dark areas of the soul they come back to the sensual and sentimental values, never completely detached from “everyday life”. The inexpressible lying in the dark, that unheard whisper, makes itself felt in the “unmanageable” realities of the works.

In Frani, the pictorial adherence to an all but photographic reproduction of reality plays on the ambiguity with the inherent pictorical aspects of Masao’s photographs: what emerges immediately, for instance, is the mimesis which Frani uses in the punctual reproduction of the phenomenic world, showing a long-lived pictorial skill that never indulges the temptations of mere style. At the same time, the peculiar intangibility of Yamamoto Masao’s shots causes to move away from the typical modus vivendi of photography, because no image is formalized according to the definite parameters of the technique. Rather these pictures are based on the deeper feeling of the artist that enters in direct empathy with the subject, as in a sort of painting achieved through the camera.

What both artists can transfer to their panels and prints, in fact, is the unspoken, which alludes to the real without merely describing it: rather it refers to a deeper symbolic dimension, evocative of timeless spiritual values. Minuscule descriptiveness, emphasizing the detail, is nothing more than an expressive tool that, far from exhausting the ultimate meaning of the artwork and what it represents, insists on emotions, on the feelings of those who look into it.

Stupor, admiration, charm, uncertainty, and emotion strike the viewer; these are all symptoms of this emotional sharing with the true beauty of the world, beyond the limits of the individual works. They represent the clear, sensible perception of how things are and evolve tirelessly through time, and through our way of inhabiting it.

In these works, at the same time, we recover the testimony of the creative act, of which each artist is an exclusive witness, and the very manifestations of the natural process of any occurrence. Every appearance and every small fraction of it, silently collects the instrument of that unexpressed which, inevitable in the experience of life, opens up one’s gaze, in the present of Nature, upon the elsewhere of those dimensions that belong to our inner depth and that, perhaps, we are afraid to experience through our minds. These universes are what the works of Yamamoto Masao and Ettore Frani open up for us, with the solemnity of such sober, resolved poetry. 

 

M. Ghilardi, L’estetica giapponese moderna, Brescia, Morcelliana, 2016

 

 

 

Essay from the catalogue of the exhibition The measure of the unspoken 沈黙の尺度  Yamamoto Masao | Ettore Frani, ott - dic 2017,  Paraventi Giapponesi - Galleria Nobili, Milan

 

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